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Thomas crede che per lui non esista più una strada. Il dolore ha cancellato il futuro e persino il desiderio di continuare a vivere. Ma, proprio quando tutto sembra finito, due voci parlano di lui. E una di quelle voci è convinta che nel suo cuore sia rimasto ancora qualcosa da salvare.
Da qui comincia la sua storia. Da una scommessa.
Capitolo I
La scommessa
Ci sono notti che finiscono col sorgere del sole; altre che non finiscono mai, nonostante la luce, nonostante la vita, nonostante il giorno.
La testa gli doleva, aveva come la sensazione che fosse finita stritolata sotto un camion. A dire il vero non gli sembrava così terribile. Tutto sarebbe diventato buio e… chissà?
Cercò di passarsi una mano sulla fronte ma non riuscì a muoverla. Anche gli occhi non si aprivano, le palpebre rimanevano chiuse nonostante i suoi sforzi. Era al buio e ci sarebbe rimasto.
Per sempre. Sarebbe stata una liberazione.
Ancora una volta un forte senso di nausea e dolore tornò a farsi vivo, gli prese lo stomaco facendogli salire alla bocca il sapore aspro, acuto e metallico degli acidi urici. Insieme a quella sensazione di schifo gli si affacciò nella mente la voglia di uccidersi.
È l’unica cosa sensata da fare.
In fondo cosa ci voleva? Forse tanto coraggio, gli suggeriva una vocina leggera leggera, che sentiva nel suo cervello dolorante.
Avrebbe voluto provarci quando gli si era presentata l’occasione, invece… non lo aveva fatto. Ripensò a quello che era accaduto. Se lui fosse morto, se avesse trovato il coraggio, le cose sarebbero andate diversamente.
Abbandonò quel pensiero lasciandosi cullare dall’oblio verso sé stesso.
Provava un senso di profonda repulsione. Evidentemente non piaceva neppure a Dio, visto che l’auto lo aveva investito senza ucciderlo.
Accada quel che accada… non gli fregava niente. Sapeva di non essere messo bene, dal momento che le gambe e l’addome gli facevano male. Magari quella era la volta buona.
Sentiva che la mente non era più padrona del corpo, infatti si rifiutava di fare qualunque sforzo. Era come se non fosse più in grado di ordinargli niente.
Tutto sembrava confuso, mescolato, come la frutta in un frullatore; certo sentiva la voglia di fare qualcosa, di dire… Avrebbe voluto sollevarsi in piedi e camminare. Tutto era lontano, indistinto, posizionato oltre una tenda che non riusciva ad aprire. Lui di qua e tutto il resto di là, oltre la notte, oltre il buio. Oltre la disperazione. Oltre ciò che rimaneva fuori dalla sua portata, semplicemente fuori, insieme alla sua vita.
Avrebbe voluto riavvolgere il nastro della sua esistenza e ricominciare da capo. Chissà, forse Blanche sarebbe ancora viva.
Lasciò che i pensieri si rincorressero lungo i sentieri impervi della memoria. Tacque. Anche la mente cercava un po’ di pace, ma il pensiero di non poter tornare indietro, soprattutto il non potersi perdonare quanto era accaduto, non lo lasciava.
Forse lei mi ha perdonato, lo sperò con tutto il cuore.
Per quanto potesse valere, l’immagine sorridente di Blanche sembrava dominargli l’anima, e lui se fosse tornato indietro… forse.
Se fossi tornato indietro… pensò ma non si può tornare indietro.
Emise un lungo sospiro. Chissà quanti disperati come me si rivolgono fiduciosi a Dio chiedendo misericordia, aiuto. Lui non sapeva più farlo.
«Povero Thomas» sussurrò tra un sospiro e un leggero soffio di vento.
Si sentiva inutile di fronte a una vita che ti schiaccia senza misericordia e speranza.
Perché tornare indietro, poi? La vita non ha senso, quindi è inutile cercarne uno, suggerì la rassegnazione.
Nella mente si affacciarono le immagini del passato, a volte sbiadite e contorte, altre più nitide e chiare. A volte erano facce, a volte situazioni, episodi che si snodavano quasi fossero un album di foto.
Tutti quei ricordi non avevano uno sfondo, non c’era un orizzonte, tutto era appiattito come una macchia d’inchiostro nero su un foglio bianco. Tutto sembrava avvolto nel buio di una notte infinita, poche stelle brillanti e nessuna alba.
In quel suo dormiveglia si chiese qual era stata la molla che lo aveva spinto tra le braccia della droga. Non c’era un momento preciso, tutto era un insieme di piccoli pezzi, frammenti che sembravano separati e inutili, che ti facevano scendere i gradini dell’abisso senza rendertene conto. Ogni cosa sembrava semplice, senza complicazioni.
Non era stato così. Tutto scorreva lento e inesorabile sino al momento in cui l’ebrezza della droga era diventata più importante del vivere. Il senso della sua esistenza riposava su cose talmente inutili che non riusciva neppure a ricordarle a metterle insieme. Quale demone aveva generato una società in cui l’apparire era tutto…
Il mio demonio, si rispose, quello che ogni notte viene sotto le lenzuola con me, un demonio mai stanco, mai sazio. Quanta fame possedeva in quei momenti il mio cuore e niente riempiva il mio essere. Mi lasciava insoddisfatto, profondamente irrequieto… Ebbe un rantolo di tosse.
L’ebrezza del possedere del provare del sentire a ogni costo, sempre; sempre…
Non si poteva tornare indietro, tutto quello che facciamo, dal momento stesso in cui lo facciamo, diventa immutabile, diventa passato.
Anche il futuro non c’è! si disse. Lui non sapeva o non voleva più guardare al futuro.
Si era fatto l’ultima pera e si era scolato l’ultima bottiglia di Whisky convinto che la sua vita sarebbe stata diversa, se non fosse scivolato nella dipendenza, se non avesse incontrato il Braggart, lo spacciatore. Se suo padre non fosse stato un alcolizzato se, se, se… La sua vita era piena di se e ma, di colpe altrui, su cui scaricare tutte le sue disgrazie. La colpa invece era soltanto sua. Tante volte aveva pensato a una vita diversa, a strade che portavano altrove che non aveva preso. Quanta tristezza rigava ogni pensiero ferendo il suo cuore.
Il rimpianto serviva a poco. Il fatto importante, ineludibile, era che ormai non sapeva più cosa fare; semplicemente si lasciava vivere, come fosse un albero solitario piantato sulla sommità di una collina ventosa, sballottato da ogni parte, preda della pioggia e dell’uragano: un tronco nudo e morente.
Viva la morte! Che copra il silenzio ogni voce del cuore, gridò dentro di sé! Ma dalle sue labbra non uscì un suono, solo un singhiozzo.
Nessuno rispose, solo silenzio.
Lasciò che la mente, rassegnata, vagasse nello spazio vuoto della memoria. Un pensiero fece capolino per un istante, come un fulmine che solcò il cielo nero di tempesta.
Morire! Forse il momento era giunto. Perché non sono morto nell’incidente? Ricordava vagamente ciò che gli era accaduto, l’urto, il capitombolo, il dolore, poi niente.
«Se tu esistessi mi avresti preso! Perché mi hai lasciato vivere? Speriamo…» sussurrò con un fil di voce, fece un sospiro profondo, sperando che l’aria portasse all’anima un po’ di refrigerio. Arrancava e non accadeva niente. Si sentiva come un pesce immerso in un liquido nero, che boccheggia perché non ha aria per respirare; anche lui nuotava disperato alla ricerca di luce, di vita.
Tentò di scuotere il capo. Niente da fare! Non gli riusciva neppure muoversi. Gli arti non rispondevano: una cosa era la mente, un’altra il corpo. Gli sembrava di essere legato al letto.
Ma dove sono? Cosa ci faccio? Si chiese.
Un odore forte di disinfettante gli feriva il naso.
Sono in ospedale, pensò, sì, sono in ospedale… concluse, sentendosi sollevato da quel pensiero.
Era più tranquillo, ma fu un attimo e poi un terrore vivo, irrazionale, prese il sopravvento, ed ebbe paura, follemente paura, di essere giunto alla fine. Il dolore alla testa non cessava, anzi gli sembrava fosse aumentato. Due mani lo sfiorarono e provò forte la sensazione di un ago che penetrava nella carne viva di una coscia.
Un sorriso affiorò alle labbra.
Devo essere ridotto proprio male se mi infilano un ago in una gamba invece che nel braccio, pensò. Forse non c’è più posto, le mie braccia sono ridotte peggio della mia anima. Se mai avessi avuto un’anima…
Una mano gli sfiorò la fronte quasi a volergli fare una carezza. Tentò di muovere un braccio per inseguire quella mano ma non gli riuscì. Tutto era così pesante e difficile.
Soltanto notte, ripeteva nella mente come in preda al delirio: Solo notte!
Due voci ovattate lo distolsero dai suoi pensieri, sembrava provenissero da lontano, oltre il mare oscuro dei suoi perché.
Oltre il mare, gli sussurrava la mente, quale mare? Non si rendeva conto di ciò che stava accadendo. Niente! Rispose la mente lasciando fuggire i pensieri.
Le voci si fecero più forti, attirando la sua attenzione.
Si sforzò di localizzare e aprire le orecchie per capire quello che stavano dicendo. Erano distanti, si capiva abbastanza, prima qualche parola qua e là, brani di conversazione: «Disperato… Niente… Tu vorresti…» Poi silenzio, infine i suoni si fecero più chiari e poté sentire quello che dicevano.
«Allora scommetti!»
«Non si scommette sulla vita di un essere umano, anche se è un disperato. Con quale diritto mi fai questa proposta?»
«Con il diritto della sua disperazione. In fondo quando l’uomo è disperato forse trova pure la forza di cambiare, anche se lui sembra non averne voglia.»
«O di uccidersi» aggiunse l’altro.
Quel dialogo lo destò dall’apatia in cui si trovava, sapeva che parlavano di lui e la cosa lo interessava enormemente. Nonostante il mal di testa, prestò ancora più attenzione verso quelle voci per distinguerle meglio, per capire.
Non vedeva i volti, le voci sembravano quelle di una donna e di un uomo. L’uomo avrebbe detto che era anziano, non certo giovane, forse sessanta o settanta anni. La donna… La sua voce sembrava giovanile ed era piena di speranza. Lo difendeva! Diceva che aveva delle possibilità, che per ciascun essere umano c’era una seconda occasione.
Per lui le occasioni c’erano state ma non le aveva colte; per essere onesti, non le aveva volute cogliere, le aveva lasciate scivolare tra le dita come sabbia che cadendo per terra si confonde con l’asfalto e fugge appiccicata alle ruote delle auto.
Senza ritorno, senza ritorno, scosse la testa.
Gli piaceva quella voce femminile, gli scaldava il cuore, provava un’attrazione irresistibile come se da essa dipendesse la sua stessa vita. Quella sua insistenza garbata ma decisa nel volerlo difendere…
«C’è sempre una speranza, uno scatto dell’anima che spinge ad andare oltre, a cercare la risposta alle proprie angosce. Io tifo per lui spassionatamente, è giovane e ha nello sguardo una luce…» Disse la voce femminile.
«Una luce spenta e incapace di forare l’oscurità che ricopre la sua anima. Lo avvolge la disperazione e per quanto tu possa sperare, lui è condannato…» Aggiunse l’uomo con nella voce la pacatezza dell’ineluttabilità degli eventi.
Thomas si scosse al sentire quella parola: “Condannato…?” La odiava. Condannato a cosa, perché? Forse non c’era speranza per lui, ma nessuno aveva il diritto di condannarlo.
Voleva alzarsi dal letto per dirgliene quattro ma… Non ho forse diritto alla vita, non sono anch’io un essere umano?
A onor del vero lui era uno stronzo, si approfittava degli altri spudoratamente per una dose, per una bottiglia da scolare. Per un po’ di denaro avrebbe fatto e detto qualunque cosa. Comunque rimaneva pur sempre un essere umano.
Tutto in lui si ribellava, trovava ingiusta quella sentenza di morte senza appello, senza una benché minima possibilità di replicare. Si sarebbe alzato e l’avrebbe preso a pugni, quel vecchio decrepito che sputava sentenze quasi fosse una Bibbia.
La rabbia gli saliva nell’anima… ma la voce calma, profonda e dolce della ragazza lo tranquillizzava, lasciandolo silenzioso ad ascoltare quell’assurdo dialogo che aveva lui per soggetto. Ogni rabbia cadeva e si lasciava andare scivolando sempre più in un oblio senza scampo. Anche se aveva ancora voglia di spaccargli il muso e più sentiva, in cuor suo, che in fondo aveva ragione, che lui era senza speranza, che la vita era senza significato, che tutto, intorno a lui, lo spingeva verso il baratro.
Ha ragione. Sospirò. Sono proprio una merda d’uomo! Si era lasciato andare fregandosene, gettando nel cesso la sua vita e non solo.
Chi sono io? Cosa meritava se non la merda in cui viveva? Piangeva, le lacrime sgorgavano dai suoi occhi chiusi, correvano lungo le tempie e morivano sui cuscini del letto. Gli bruciavano il viso. Che rabbia il non poterle asciugare, che rabbia non poter girare la testa. Che rabbia il restare e non fuggire…
Il corpo fremeva nella tensione del voler reagire in qualche modo, ma rimaneva immobile. Inchiodato a quella croce rimaneva in silenzio sperando che lei replicasse, che lei gli desse una ragione per vivere, che lei gli carezzasse l’anima con le sue parole…
«Forse hai ragione», disse la ragazza, «ma le sue labbra stamani, mentre lo adagiavano nel letto dopo la terapia intensiva, avevano un sorriso… che io ho raccolto.»
«E vorresti che vivesse per un sorriso?» Replicò il vecchio.
«Sì, per un sorriso che illumina la notte, un sorriso non è solo, non risiede nella disperazione, un sorriso apre le porte e spalanca le finestre al sole. Certo è poca cosa, ma è comunque qualcosa, chissà…», fece una pausa poi proseguì, «chissà che non riesca a dare una svolta alla sua vita…»
«Certo definirti ottimista è un eufemismo. Per te l’ottimismo è quasi ovunque, se vedi in un sorriso la possibilità di un cambiamento.»
Sì, un sorriso, ho sorriso, pensò rincuorato. Sono stato io, non mi vergogno, ho sorriso! Si sentiva così idiota. Ma cosa stava pensando, e poi perché? Aveva come la sensazione che tutta la sua vita fosse appesa a quel sorriso che a malapena rammentava.
«Tu ne sei convinta?»
«Sì, ne sono convinta.»
«Vediamo di farlo vivere allora. Certo la situazione non è facile, ma se c’impegniamo…»
La voce dell’uomo rimase sospesa nella sua mente, poi si rifece udire: «C’impegniamo sempre», aggiunse, «ma questa volta a tuo dire è speciale.»
«Sì, è speciale» replicò la ragazza.
Calò il silenzio e il rumore d’una porta che si chiudeva fu l’ultima cosa che ricordava. Poi il vuoto.
Quando si svegliò di nuovo erano passate dodici ore, nelle quali aveva lottato, a detta dei medici, tra la vita e la morte. Ma l’intervento era andato bene e lui era vivo.
Vivo…! Si disse. Per quel che valeva la sua vita.
Più volte cercò di riconoscere il dottore e la dottoressa che parlavano nella stanza accanto, ma nessuno aveva la loro voce. Anche all’infermiera del turno di notte chiese chi erano i due medici che parlavano oltre la tenda nella stanza accanto, ma lei gli rispose che non c’era una stanza accanto o vicino al letto, c’era soltanto il corridoio.
“Vuoi scoprire chi erano quelle due voci e quale sarà la scommessa sulla vita di Thomas?”